Inventai dunque una me stessa che voleva un'aggiunta al mondo J'inventai donc une autre moi-même qui voulait un ajout au monde
Anna Maria Ortese

Silvia Ricci Lempen, écrivaine, scrittrice

J’écris. J’ai écrit, j’écris, j’écrirai. Je raconte des histoires. Je me bagarre avec les idées. J’écrivais, je suis en train d’écrire, j’aurai écrit.
Scrivo. Ho scritto, scrivo, scriverò. Racconto storie. Mi accapiglio con le idee. Scrivevo, sto scrivendo, avrò scritto.

Cara Clarissa,

Iacobelli, 2012

9Un nome, a Giulia è bastato solo un nome rubato con lo sguardo per farsi travolgere da un sentimento incomprensibile. E così abbandona la villa sul lago di Zurigo e si rifugia in un solitario chalet nelle Alpi svizzere. Per la prima volta si è allontanata dal marito, è sola, fuma come non aveva mai fatto prima ma non riesce a placare l’inquie- tudine che emerge a turbare l’ordinarietà della sua vita. Quel nome le ha riportato alla memoria Roma e il 1966, quando guardava il mondo dal punto di vista dei Parioli, frequentava il liceo francese e si era inna- morata per la prima volta. Di chi? Di un ragazzo intelligente, certo, ma anche della vitalità della sua migliore amica, Clarissa. Clarissa, quanto lontana l’avranno portata le sue aspirazioni? Giulia prende la penna in mano, vuole scrivere una lettera, ma i pensieri la confondono. È una signora di mezza età, madre e moglie amorevole, borghese agiata, eppure gli anni sono trascorsi e lei non si è accorta di niente: la Storia le è scivolata addosso senza lasciare traccia. Ora, mentre cerca le paro- le per andare oltre quel Cara Clarissa, dall’irrequietezza insospettabile emerge l’amara confessione di non aver vissuto e forse di non esser stata neppure a guardare.


Libro del giorno di Fahrenheit (RAI 3) del 18 marzo 2013.Intervista con Loredana Lipperini


Oltre la virgola, un mondo perduto
Dettagli che provocano inquietudine, piccole crepe sulla liscia superficie di una vita apparentemente perfetta
di Maria-Vittoria Vittori
Leggendaria, marzo 2013

Se non fosse per quel passero morto che galleggia in mezzo alla piscina, tutto sembrerebbe filare liscio (e prevedibile) nell’esistenza di Giulia: una piena maturità invidiabile, una dimora lussuosa nel cuore della Svizzera più levigata, un marito ben provvisto di mezzi materiali e ancora moderatamente affidabile, due figli dalla vita ben avviata. Giulia è la protagonista di Cara Clarissa, (Iacobelli), secondo romanzo in Italia di Silvia Ricci Lempen, docente universitaria e giornalista che ha esordito tre anni fa con una storia familiare ad altissimo voltaggio emozionale. Di questa scrittrice, colpisce soprattutto la rara e preziosa capacità di snidare le trappole occultate nella dimensione privata: e se in Una famiglia perfetta (Iacobelli, 2010) ci aveva mostrato la nascosta potenza del terrorismo psicologico che, oltre i visibili percorsi del terrorismo politico, scorre all’interno dei rapporti familiari e li corrode, qui il fuoco dell’attenzione viene a convergere, oltre la largamente condivisa pratica del lifting facciale, sulle nascoste ragioni di un lifting dell’interiorità. L’inopinata comparsa di quel passero morto all’interno di una controllata perfezione vale infatti a insinuare un presagio inquieto: quella donna che ci viene incontro fin dalle prime pagine come rinserrata in un bozzolo di serica perfezione che lei stessa ha filato con straordinaria tenacia, è attesa dal suo passato, ma lei ancora non lo sa. Da subito l’autrice stabilisce una forte complicità con chi legge, al punto che quando Giulia fa la conoscenza di una ragazza i cui lineamenti le sembrano in qualche modo familiari, si percepisce con assoluta sicurezza il punto di svolta. Questa Dora, cameriera d’albergo, conosciuta per caso perché capace di ricucire al volo l’orlo dell’elegante vestito di Giulia, porta con sé, nel nome, nelle dita veloci e sapienti, nell’aura di efficienza che emana, l’eco di un’altra Dora che era la governante di Clarissa, l’amica di un tempo. L’improvviso e insopprimibile desiderio di ristabilire i contatti s’affida docilmente alla formula consueta: cara Clarissa, … ma dopo il fallimento dei numerosi tentativi di raccontarsi all’amica, Giulia inizia a capire che quella virgola non può condurre ad un discorso su se stessa come lei vorrebbe, sensato, ragionevole, e con tutte le rotelle a posto. Oltre quella virgola, si spalanca una voragine. E in quella voragine è costretta a cercare passerelle per raggiungere il suo passato, la se stessa di un tempo.

Dalla silenziosa solitudine dello chalet alpino in cui s’è rifugiata e dall’improvviso risveglio di una memoria mai più sollecitata risorgono — e s’accampano di prepotenza in una liftata interiorità — le sue amiche del liceo francese, più grandi e consapevoli di lei: Clarissa, bella e inquietante « come un cigno nero », con la vocazione d’attrice drammatica; Fiammetta, magra e mobile come un uccello e poi Madame Thespy che, come vuole il suo nome, porta nelle loro vite l’eccitante passione del teatro; l’esuberante Daniel abitato da una vitalità quasi dolorosa; il perfetto Karol, d’una bellezza statuaria, di cui lei, Giulia, era segretamente innamorata. Storie di complicità e tormenti amorosi, di attrazioni e ripicche, di confuse aspirazioni e segreti familiari: e insieme a loro, e a quel periodo storico denso di eventi e personaggi — il Vietnam, il ’68, Che Guevara — che scorrono quasi inavvertiti alla coscienza della protagonista, risorgono nella loro pienezza visiva, olfattiva e tattile i luoghi. E non solo le strade e le piazze di Roma, la decorosa opacità dei suoi quartieri alti, il caffè Greco che «ardeva di velluto cremisi», «il lago d’oro formicolante» di Piazza del Popolo, ma anche altri luoghi collaterali eppure in qualche modo presenti all’immaginazione come la Versilia dell’immediato dopoguerra, in cui la sofferente mamma di Clarissa — che, avendo perduto i suoi sogni, ha smarrito anche la sua identità — aveva iniziato ad esibirsi come cantante, e la sconosciuta quanto attraente Polonia da cui proviene Karol.

Sono i dettagli che s’incaricano di disseminare turbamento, ma anche barlumi di rivelazione nel compatto bozzolo di Giulia: un processo di infiltrazione e di graduale, irreversibile consapevolezza reso possibile, sul piano espressivo, da una scrittura mossa e luminosa, di allusive risonanze e, sul piano rappresentativo, da un sapiente montaggio dei piani temporali. Passato e presente s’incalzano, veloci e folgoranti; non si danno tregua. Ed è proprio all’incrocio dei diversi piani temporali della narrazione che acquista piena potenza simbolica l’analogia tra l’immagine di quel passero morto che era venuto inaspettatamente a incrinare la serenità della protagonista, e la metafora di quel passero vivo che « frullava » disordinatamente nel cuore di Giulia adolescente. Uno slancio vitale atrofizzato: forse per sempre.


Dietro il mondo dorato delle ragazze per bene
Corriere della Sera, 12 febbraio 2013
Di Stefano Giuseppe

Vite malinconiche, pronte a smentire l’abusato cliché delle signore borghesi, ingioiellate, sempre fresche di parrucchiere, «griffate» dalla testa ai piedi, l’inverno a sciare sulle piste di Cortina, l’estate al mare. Con l’attico ai Parioli, circondate da tate e cameriere, le frequentazioni giuste, le amicizie che contano nel mondo che conta. Vite che ci si immagina inevitabilmente soddisfatte. E invece, no. Dietro la vetrina, crescono vite a volte malinconiche, annaspanti nel pantano della noia, da dove è difficile risalire per dare un senso alla quotidianità. Così è per Giulia, la donna che si racconta in «Cara Clarissa» il nuovo libro di Silvia Ricci Lempen, docente universitaria, responsabile di un mensile femminista, nata a Roma ma da diversi anni in Svizzera. È proprio tra Roma e la Svizzera che il romanzo si svolge, in ambienti che l’autrice conosce in presa diretta, a cominciare dalla scuola francese al centro della capitale in cui lei, come la protagonista Giulia, ha studiato e in cui maturano narrativamente i primi turbamenti amorosi, ripicche e gelosie tra coetanei. Quando la incontriamo, Giulia è una donna che ha superato i cinquant’anni, felicemente sposata (il marito Hugo ha sei negozi di biancheria femminile di lusso in tutta Europa), due figli (Martin lavora all’Ubs e Mario fa il dottorato a Stanford). Che cosa le manca? Perché l’improvvisa sensazione di vuoto e il bisogno urgente di colmarlo? Senza una ragione, decide di lasciare la villa sul lago di Zurigo in cui abita per rifugiarsi nello chalet di famiglia a Grindelwald, un posto di montagna nelle Alpi bernesi. Vuole mettere ordine nei ricordi che il viso e il nome di una ragazza, Dora, conosciuta nella reception di un albergo, le hanno sollecitato, riportandola con la memoria alla Roma del 1966, quando frequentava l’esclusivo liceo francese e le lezioni di teatro di madame Thespy. Ed era presa dal primo amore giovanile, mantenuto gelosamente segreto, per Karol. E la sua più cara amica era Clarissa, alla quale, nella solitudine dello chalet, ora prova faticosamente a scrivere. Aveva una bella voce Clarissa, un futuro da cantante, come sua madre che aveva dovuto rinunciare alla carriera per seguire il marito ambasciatore, ed era impazzita. Che fine avrà fatto Clarissa, quanto lontana l’avranno portata le sue aspirazioni? Il passato, confusamente riemergendo, risveglia in Giulia emozioni e timidezze che l’hanno accompagnata in gioventù, ma denuncia anche la sua incapacità a prendere parte alla Storia, com’è accaduto alle signore ricche e prosperose conosciute decenni prima sulla spiaggia di Ostia: «gli stessi riti, gli stessi pareo, gli stessi oggetti di conversazione, come se il mondo esterno nemmeno esistesse, quel mondo di cui pure si sapeva, dai giornali di destra e papalini abbandonati sui teli da bagno e squinternati dalla brezza marina, che stava prendendo una piega sconcertante, che correva a rotta di collo verso il ’68, la pillola contraccettiva, il potere dei fiori, la body art, Arancia Meccanica e la difficoltà crescente di trovare domestiche a tutto servizio». Le domestiche introvabili: a ognuno le proprie afflizioni, verrebbe voglia di dire. Senza indulgere ai capricci di certa borghesia, Silvia Ricci Lempen ne traccia le contraddizioni che esplodono soprattutto nel mondo delle «ragazze per bene».


Leggere Donna n. 158, gennaio febbraio marzo 2013
Di Luciana Tufani

Silvia Ricci Lempen, pur essendo italiana, ha pubblicato in Svizzera, dove si è trasferita da anni, i suoi libri, che ha scritto finora in francese e che non erano stati tradotti in italiano se non, l’anno scorso, Una famiglia perfetta, versione italiana pubblicata da Iacobelli di Un homme tragique. Quest’anno, sempre Iacobelli, ha pubblicato questo Cara Clarissa, scritto direttamente in italiano dall’autrice che ha deciso di riappropriarsi della sua lingua materna.
Una famiglia perfetta, romanzo di ispirazione autobiografica, aveva avuto meritatamente un gran successo ed era stato votato come miglior libro nella trasmissione di recensioni letterarie Fahrenheit. Silvia Ricci Lempen, oltre che scrittrice, docente e altro ancora, è una femminista militante e come tale non è certo ignara di un testo fondamentale come The Mad Woman in the Attic di Sandra Gilbert e Susan Gubar. Una « pazza nella soffitta » compare infatti anche in Cara Clarissa, ma defilata, quasi una citazione per chi sa di che cosa si sta parlando: di una delle tante donne che l’egoismo di un marito ha condannato alla follia perché l’ha costretta a rinunciare alle sue aspirazioni. Quasi un fantasma, la pazza, che però condiziona la vita di Clarissa e di cui la narratrice diventa invece la versione falsamente felice per mancanza, così ha sempre creduto, di aspirazioni se non quella di moglie e madre ideale. Un incontro casuale le riporta però alla mente gli anni di scuola e con questi, oltre a Clarissa, compagna ammirata, i pensieri di allora; un po’ alla volta incomincia perdere le sue certezze e a riconoscere il vuoto della sua esistenza.