Inventai dunque una me stessa che voleva un'aggiunta al mondo J'inventai donc une autre moi-même qui voulait un ajout au monde
Anna Maria Ortese

Silvia Ricci Lempen, écrivaine, scrittrice

J’écris. J’ai écrit, j’écris, j’écrirai. Je raconte des histoires. Je me bagarre avec les idées. J’écrivais, je suis en train d’écrire, j’aurai écrit.
Scrivo. Ho scritto, scrivo, scriverò. Racconto storie. Mi accapiglio con le idee. Scrivevo, sto scrivendo, avrò scritto.

I sogni di Anna

Alice del 23 novembre e Geronimo del 27 novembre 2019, su Rete Due, in dialogo con Yari Bernasconi

Nello specchio della scrittura

Scrittrici e “personagge” in due opere di Silvia Ricci Lempen ed Elena Ferrante

Fulvio Senardi, Il Ponte Rosso n.51 novembre 2019

Escono, a poche settimane di distanza, due volumi che approfondiscono, con intrigante sapienza narrativa, il tema della condizione femminile. Si tratta de I sogni di Anna, di Silvia Ricci Lempen, romana di nascita ma svizzera d’adozione, e della Vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante (Edizioni e/o). Quanto al primo, va sottolineato che vede la luce per i tipi di “Vita Activa”, una giovane e dinamica casa editrice triestina che può già vantare, pur nella breve vita, un catalogo molto interessante, apertamente schierato “dalla parte delle bambine”, per far eco ad un famoso titolo degli anni Settanta su cui la frazione maschile della mia generazione ha modellato la propria percezione dell’altra metà del cielo. Per Elena Ferrante c’è poco da dire: un’altra tappa, la profezia è persino scontata, della marcia trionfale di una scrittrice ormai affermatasi a livello internazionale e che ha fatto dell’approfondimento della realtà femminile la propria missione ottenendo risultati di altissimo livello (a questo proposito mi permetto di riven- dicare un certo naso, come si usa dire, e mi riferisco al mio Elena Ferrante: pisarka – widmo, un saggio uscito nel 2011 in Polonia).

La Ricci Lempen, per guardare più da presso, articola nella sua narrazione per cinque tappe un sondaggio della condizione femminile fra i primi anni del Novecento e il giorno d’oggi, con un assai poco enigmatico prologo non scritto datato 2031-2032, come a suggerire che il futuro è nella potestà del nostro agire, in un presente che accumula segnali inquietanti ma che certo possiede gli anticorpi per riscattare le donne da quella condizione che è apparsa alla scrittrice, in una formula di sintesi che abbraccia l’intero passato, “un viscido gorgo di impotenza”: una “pagina bianca” dunque che allude al compito che attende una nuova generazione di donne europee. Le cinque stazioni, che pure consentono un approccio separato come fossero racconti fini a se stessi, si integrano in una sola narrazione grazie a studiati legami di intreccio e squadernano agli occhi del lettore dei faticosi percorsi di emancipazione nei limiti che la Storia concede.

Non eroine di una libertà impossibile, ma donne vere, che si misurano in modo dolorosamente conflittuale con la dura palestra degli affetti che ogni società rappresenta, con lacci particolarmente costrittivi per la soggettività femminile nella granitica costanza della tradizione patriarcale; e donne raccontate con una rara capacità di seduzione, senza mai scadere nel didascalico, ma con finissima penetrazione di psicologia e assoluta precisione di contesti (lo documenta una breve appendice). Evitando stereotipi narrativi e troppi usurati colpi di scena Ricci Lempen è tuttavia in grado di predisporre meccanismi di sospensione e di attesa che incatenano alla lettura: il tutto dà luogo a una “staffetta” di vicende tradotte in racconto, tastando nodi, inventariando sconfitte, misurando progressi, e suggerendo quindi, con premeditazione felicemente risolta nel narrare, ampie prospettive di riflessione di genere. Non ci tragga in inganno l’aprirsi a ventaglio delle cinque storie: senza niente concedere al gusto postmoderno di una enigmatica “dispersione” (subalterno a un’idea della Storia come indecifrabilità e di conseguenza fuori portata dell’agire umano), sfaccetta un solido nucleo valoriale che trova, con felici variazioni, efficaci modalità espressive. Le differenti soggettività che giungono alla parola sfruttando tutte le possibilità della scrittura – racconto in terza persona, tecnica dell’io narrante, comunicazione epistolare – pur senza muoversi sul terreno di un “femminismo materialista”, alla Rosemary Hennessy per intenderci, chiamano in causa un vivere collettivo implicitamente ostile alla realizzazione femminile, a volte per la semplice inerzia del “così è sempre stato” che impedisce il riconoscimento di nuovi bisogni e l’accettazione di nuove identità. Ma a rendere godibile la lettura de I sogni di Anna, anche a prescindere del suo (mai greve) quoziente “pedago- gico”, è il fascino di un stile cesellato, pur senza sofisticazione, in cui, quasi a inseguire l’espressività della poesia, il segno si fa “scivoloso”, apre inattesi orizzonti di senso, collega gli infiniti piani dell’esperienza del mondo: un continente di immagini e metafore, un registro di visioni oltre che cronaca di vite vissute che sancisce l’appropriazione del reale per virtù di scrittura, quasi una rivincita nella bellezza di una subalterna posizione di genere.

Da qui, per contrasto, al libro della Ferrante, di cui colpisce l’elegante asciuttezza di stile cui una trama di simboli garantisce un più ricco spessore di senso, la cifra ormai, potremmo dire, del fare della misteriosa scrittrice. Come nella fin troppo osannata “tetralogia”, siamo di nuovo a Napoli e di nuovo sullo spartito del romanzo di formazione. L’Io narrante è Giovanna e insieme Giannì, a seconda la si guardi nella prospettiva della città del privilegio sociale e culturale, l’ambiente dove la tredicenne comincia a porsi domande su se stessa e sulla vita, o nell’ottica dei quartieri degradati, dove il dialetto sostituisce l’italiano e la sintassi delle pulsioni quella più controllata e sottilmente ipocrita delle buone maniere borghesi. Analogamente a certe opere di Pirandello (si ricorda il tema del naso di Moscarda in Uno nessuno e cento mila?) la macchina narrativa è messa in moto da una minima sfasatura che incrina l’idillio dell’infanzia: “due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta”. Inizia da qui un percorso di conoscenza di sé e del mondo che consente a Giovanna di ricomporre le parti di una famiglia che indecifrabili ragioni di interesse ha diviso in due tronconi ostili, radicati in contesti diversi di quella città-mondo che è Napoli. L’attrazione che la protagonista prova per l’ambiente passionale, sanguigno, a suo modo schietto della zia Vittoria, di cui in casa non si parla mai e il cui volto, nelle foto di famiglia, è stato minuziosamente cancellato, è la grande apostasia verso il ceto cui appartiene, le sue maniere, i suoi codici. Alla lingua “ragionevole” e compiaciuta del suo ambiente colto, un’espressività fredda e controllata che fa velo ai sentimenti, si contrappone infatti – qui un filo rosso che attraversa il romanzo con esplicita simbologia – un idioma diretto e sensuale, spontaneo e trascinante, la parola dialettale, “veloce e caric[a] di furia”, dove “un vocabolo esplode[…] dentro l’altro”, un grumo di vera intimità, un bozzolo di velluti e di veleni che sembra dare espressione a forme di esistenza più autentiche. Ma in effetti anche Vittoria, come scopriremo, si muove più che ambiguamente sulla frammentata linea di confine che separa sincerità e menzogna – un “garbuglio” di cui è scelto a simbolo un braccialetto, prezioso talismano di passione e di inganno, di desiderio e falsità –, anch’essa pienamente implicata nella incomprensibile realtà degli adulti. Un mondo difficile e opaco dove anche Giovanna-Giannì, a conclusione della sua ingenua e spietate indagine, non potrà rifiutarsi di accedere, magari senza troppe illusioni, con una scelta di deliberata crudezza. Senza desiderio né amore, decide di sbarazzarsi della verginità, quel feticcio di cui la società patriarcale di tutti i tempi e luoghi ha fatto strumento d’oppressione e che la intrappolava nella stagione infantile: “il giorno seguente partii per Venezia insieme ad Ida. In treno ci ripromettemmo di diventare adulte come a nessuno era mai successo”.


«(…) cinque giovani donne dagli anni 2010 al primo Novecento : cinque storie che si inanellano e solo alla fine il lettore comprenderà quanto siano legate.»

a.c. Il Venerdì di Repubblica, 29 novembre 2019

Questo romanzo è stato pubblicato in versione francese (Les Rêves d’Anna) a fine aprile 2019, presso la casa editrice en bas di Losanna, e in versione italiana (I sogni di Anna) a fine ottobre 2019 presso la casa editrice Vita Activa di Trieste, con illustrazioni di Daria Tommasi. Si tratta di un progetto bilingue assai particolare, premiato da una borsa di scrittura della Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia, che consiste non già nella traduzione da una lingua all’altra bensì in due versioni originali., scritte in parallelo durante più di cinque anni. Il romanzo è lo stesso, ma le due versioni presentano alcune differenze espressive e strutturali, che rispecchiano due universi linguistici e culturali inconfondibili. 

Il libro può essere ordinato in libreria , o direttamente presso la casa editrice info.vitaactiva@gmail.com, o su diversi siti di vendita online, fra cui ibs.it. Libreria consigliata in Ticino: Il Segnalibro, via G.B. Pioda 5 – 6900 Lugano.


Cinque donne in lotta per trovare la felicità attraverso tempo e storia

Giulia Basso, il Piccolo, 07 Novembre 2019

“I sogni di Anna” di Silvia Ricci Lempen edito da Vita Activa si presenta oggi alla Libreria Minerva di Trieste

la recensione

È un romanzo fiume, che narra il destino di cinque donne seguendole in diversi momenti della loro vita da un luogo all’altro, da Roma a Glasgow, da Losanna al Marais Poitevin, a Ginevra, e in un arco temporale di un secolo. S’intitola “I sogni di Anna” e la sua autrice, Silvia Ricci Lempen, romana di nascita e losannese d’adozione, che si definisce “bilingue al punto da non sapere qual è la sua lingua madre”, ha scelto di scriverlo in due versioni originali, una francese e una italiana, portate avanti in parallelo e in cui nessuna è traduzione dell’altra. Sono «due versioni diverse quanto necessario per corrispondere ai rispettivi universi linguistici e culturali», spiega l’autrice, che per questo peculiare progetto bilingue è stata premiata nel 2015 con una borsa letteraria di Pro Helvetia. La versione italiana, recentemente pubblicata da Vita Activa (pagg.368, euro 17) con illustrazioni di Daria Tommasi, sarà presentata oggi alle 18.30 alla Libreria Minerva. Dialogheranno con l’autrice Fulvio Senardi e Gabriella Musetti, con letture a cura di Luisa Cividin e Giuliana Pregellio.

“I sogni di Anna” non è un’opera di agile lettura. Non segue un ordine cronologico, tenta piuttosto di riprodurre il funzionamento della memoria nella vita reale, con balzi da un periodo all’altro. E anche il legame tra le cinque donne narrate, eroine forti ma ferite, è una trasmissione incerta, come la memoria.

La struttura del romanzo s’ispira al film The Hours, di Stephen Daldry: questa storia dolente di tre donne, legate da una lettura comune, ha colpito fortemente l’autrice. “C’è stata un’epoca della mia vita in cui il dolore mi aveva ridotta a una bestiola con le ossa rotte”, scrive nella postfazione del libro, annotando che per quanto le storie raccolte in “I sogni di Anna” siano inventate, in qualche modo le appartengono: “Sono come una diffrazione infinita di me stessa, fatte della stessa pasta di emozioni, anche se spostate, disgregate o rovesciate, come nei sogni”.

L’affresco sulla femminilità offerto dal libro, che racconta di donne di diversa età e nazionalità, parte da Federica, ventiquattrenne stanca di arrabattarsi nella capitale per poche centinaia di euro al mese che decide di partire per Glasgow per costruirsi una nuova vita. Federica scrive a Sabine, chiedendole se le capita ancora di pensare a Moritz, adultero infelice, una storia di più di vent’anni prima, quando Sabine, giovane teologa protestante, a Losanna voleva cambiare le parole dei canti di chiesa, per farla finita con quel Dio testardamente maschio. Sabine conduce a Gabrielle, la moglie del suo amante, che le racconta della sua adolescenza negli anni’60, in un angolo della provincia francese, e del suo amore per un’altra donna, Lucille, impensabile all’epoca. Gabrielle incontrerà Clara, con un’altra vicenda da raccontare, e Clara condurrà ad Anna e alla sua favolosa vita notturna, incredibilmente ricca di sogni. In questa staffetta al femminile le storie si dipanano in luoghi e periodi storici diversi: il libro, la cui scrittura è durata più di cinque anni, è frutto di meticolose ricerche per restituirli al meglio. Le protagoniste, quasi passandosi il testimone, ingaggiano una serrata lotta per la felicità, con una volontà ostinata di andare avanti, di progredire. C’è un’immagine che nel libro attraversa i secoli e l’inconscio, richiamando il meccanismo del film di Daldry: un dipinto di Aloïse Corbaz, visto da Sabine e Gabrielle al Musée de l’Art Brut di Losanna. Occhi turchesi a mandorla, capelli arancioni riccioluti e il petto pieno di pietre preziose, l’imperatrice bizantina ritratta da Aloïse simboleggia la libertà al di fuori delle norme, il mondo dell’immaginazione che si sostituisce e viene preferito al mondo reale. Come i sogni di Anna, che danno il titolo al romanzo. —


Così venne il discorso dei sogni di Anna. Ne faceva moltissimi, non c’era confronto fra la sua vita notturna favolosa e la vita notturna della gente comune. Nessuno faceva tanti sogni come lei; o forse, se aveva ragione la scienza, secondo la quale tutti sognano ogni notte, nessuno aveva la sua capacità di ricordarsi i sogni che faceva. Anna ci aveva parecchio riflettuto. I sogni si sa che non somigliano per niente a come si svolge la vita di giorno, dove gli eventi sono concatenati e si producono l’uno appresso all’altro. O la memoria, disse Anna, non trattiene i sogni appunto perché sono così sconclusionati, e non puoi legare una scena con un’altra; o è il contrario, i sogni sono sconclusionati perché la memoria non li deve trattenere. Ma c’è anche gente che non ci crede affatto, che i sogni li facciamo e poi li dimentichiamo, come nel paese dove sono nata io: lì credono che i sogni sono una cosa rara perché sono messaggi di Dio, o del diavolo, e Dio e il diavolo solo ogni tanto hanno qualcosa da farci capire.

“Ma tu non glielo dicevi, che sognavi tutte le notti?”“I sogni sono segreti e ce ne sono poche, di persone alle quali ti va di parlarne”.


Silvia Ricci Lempen è nata a Roma nel 1951 e vive dal 1975 nella Svizzera francese. È bilingue al punto di non sapere qual’è la sua lingua madre e scrive sia in francese che in italiano. Ha studiato filosofia alle università di Roma e di Ginevra e ha esercitato le professioni di giornalista e di insegnante universitaria, impegnandosi anche nel movimento femminista. Il suo primo lavoro letterario, autobiografico, scritto in francese (Un Homme tragique, ed. L’Aire), ha vinto nel 1992 il prestigioso Prix Michel-Dentan, e in traduzione italiana (Una Famiglia perfetta, Iacobelli) è stato scelto come libro del mese dagli ascoltatori di Fahrenheit nel marzo 1911.  Silvia Ricci Lempen ha pubblicato altri romanzi in francese, alcuni anch’essi premiati, e un romanzo in italiano (Cara Clarissa, 2012, ed. Iacobelli).