Inventai dunque una me stessa che voleva un'aggiunta al mondo J'inventai donc une autre moi-même qui voulait un ajout au monde
Anna Maria Ortese

Silvia Ricci Lempen, écrivaine, scrittrice

J’écris. J’ai écrit, j’écris, j’écrirai. Je raconte des histoires. Je me bagarre avec les idées. J’écrivais, je suis en train d’écrire, j’aurai écrit.
Scrivo. Ho scritto, scrivo, scriverò. Racconto storie. Mi accapiglio con le idee. Scrivevo, sto scrivendo, avrò scritto.

I sogni di Anna

I sogni di Anna di Silvia Ricci Lempen, pubblicato dalla casa editrice triestina Vita Activa nel 2019 e vincitore di un Premio svizzero di letteratura 2021, è apparso quasi contemporanemante alla versione francese Les Rêves d’Anna (Lausanne, éd. en bas). Si tratta di due versioni originali. 

Silvia Ricci Lempen è nata a Roma nel 1951 e vive dal 1975 nella Svizzera francese. È bilingue al punto di non sapere qual’è la sua lingua madre e scrive sia in francese che in italiano. Ha studiato filosofia alle università di Roma e di Ginevra e ha esercitato le professioni di giornalista e di insegnante universitaria, impegnandosi anche nel movimento femminista. Il suo primo lavoro letterario, autobiografico, scritto in francese (Un Homme tragique, ed. L’Aire), ha vinto nel 1992 il prestigioso Prix Michel-Dentan, e in traduzione italiana (Una Famiglia perfetta, Iacobelli) è stato scelto come libro del mese dagli ascoltatori di Fahrenheit nel marzo 1911.  Silvia Ricci Lempen ha pubblicato altri romanzi in francese, alcuni anch’essi premiati, e un romanzo in italiano (Cara Clarissa, 2012, ed. Iacobelli).


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Sorellanza e Storia nel tempo di Silvia Ricci Lempen
Intervista di Valentina Grignoli , La Regione, 16 gennaio 2021

di Valentina Grignoli Cattaneo

Il 14 gennaio scorso sono stati annunciati i Premi svizzeri di Letteratura 2021 da parte dell’Ufficio federale di cultura. Tra i laureati, per la parte italofona, la scrittrice Silvia Ricci Lempen è stata scelta per il suo romanzo ‘I sogni di Anna’, uscito da Vita Activa Edizioni nel mese di novembre del 2019.

Nata a Roma nel 1951, Ricci Lempen, dottoressa in filosofia, vive dal 1975 nella Svizzera romanda, e ha scritto diverse opere letterarie e saggi (il primo ‘Un homme tragique’ è stato pubblicato nel 1991 per L’Aire e insignito del Premio Michel-Dentan). Giornalista, Silvia Ricci Lempen si è sempre impegnata – accanto alla sua fervente attività artistica spesso premiata – a favore del femminismo e degli studi di genere. Ciò che incuriosisce maggiormente però della sua biografia è l’assoluta dimestichezza, dichiaratamente fondamentale, nel passare dall’italiano al francese con facilità disarmante.

Colpisce in particolare l’aver scritto contemporaneamente la stessa storia – questa premiata – in due lingue diverse. ‘Les rêves d’Anna’ è infatti stato pubblicato anche dalle Editions d’en bas nello stesso anno.

Sono cinque – una sesta è in divenire – le protagoniste di questo splendido romanzo che racconta il secolo scorso in un viaggio a ritroso nel tempo. Cinque ragazze confrontate con il tempo e il luogo in cui vivono, partendo dalla Grecia di Roxani nel 2030 – una storia non ancora scritta ma che sarà – sino alla Roma di Anna nel 1911. Destini alla continua ricerca della felicità, quale essa sia per loro e per l’epoca in cui stanno vivendo.

Ne ‘I sogni di Anna’ assistiamo allo svolgersi e all’intrecciarsi di molti sottili fili. La parola trama, anzi trame, non mi è mai sembrata più appropriata. I fili si sintrecciano, si incastrano, a volte si spezzano, a volte invece sembrano infiniti e noi possiamo scorgerne solo un segmento. Ma la trama che compongono è sempre estremamente viva e realistica.
Abbiamo il privilegio di assistere a dei frammenti, a volte qualche mese, a volte anni, di queste vite, legate tra loro – perché un legame c’è sempre – per un motivo di volta in volta specifico: amicizia, affetto, solidarietà, amore, dolore condiviso.
Luoghi diversi, tra la Svizzera romanda, italiana, la Francia, Roma, personalità e storie differenti in questi lunghi cinque capitoli che con generosità dipingono vite e raccontano la Storia, con estrema attenzione circa l’esattezza degli eventi e una lingua articolata e cesellata e modellata sui contorni di ogni personaggio. C’è qualcosa però che accomuna i destini di Federica (Glasgow, 2012), Sabine (Losanna, 1988), Gabrielle (Niort, 1961), Clara (Ticino e Ginevra, 1928) e Anna (Carpineto e Roma 1911), e ha il nome di sorellanza. Questa è di capitolo in capitolo più forte e testimonia un legame sotteso a tutte le donne che sarà fondamentale per la loro ricerca continua della felicità e la propria affermazione. Una sorellanza intergenerazionale che non è mai però, ne ‘I sogni di Anna’, famigliare, anzi. Ma va detto che non si tratta di un romanzo incentrato unicamente sulle donne: i personaggi che lo compongono sono buoni e cattivi, indipendentemente dal genere. Abbiamo madri crudeli e uomini estremamente buoni, tutti ugualmente indimenticabili.

Alla fine i fili vengono avvolti e la conclusione ci riporta al titolo di questo romanzo che seppur non autobiografico, tanto racconta della sua autrice. Una generosa posftazione intercetta infatti poi i legami tra Silvia Ricci Lempen e le storie che racconta.

La scrittrice chiarisce per noi alcune tra le particolarità dei ‘Sogni di Anna’, iniziando dal spiegarci perché ha scritto lo stesso romanzo contemporaneamente in francese e in italiano… «Le cinque giovani donne sono due italofone e tre francofone e io ho le ho fatte parlare nella loro lingua. Volevo cercare di restituire la loro intimità linguistica, che corrisponde naturalmente anche ai luoghi dove vivono e dove si muovono. Scavare fino in fondo questo mio bilinguismo: sfruttare la mia intimità con due universi che non sono solo linguistici ma anche culturali». 

Nel romanzo di parla di storie di donne Silvia Ricci Lempen, anche di femminismo qua e là…

Il femminismo mi sta molto a cuore, ma allo stesso tempo le mie perosnagge non sono campioni di femminismo, affatto! A parte una, Sabine. Le altre non hanno una coscienza del Movimento. Queste giovani donne si comportano a volte in modo femminista senza aver necessariamente fatto una riflessione politica. È un movimento che viene dall’interno, dalla trasmissione di altre donne,  non necessariamente da una teoria.

Perché il libro ripercorre a ritroso il tempo e la Storia?
In realtà è stata una scelta abbastanza istintiva, ciò che volevo raccontare avrebbe avuto più energia scrivendolo in modo diverso dalla temporalità. Poi naturalmente a cose fatte ho visto molti altri aspetti interessanti di questo andare a ritroso. Il presente è contenuto nel passato e viceversa, un movimento di va e vieni che ho cercato di restituire.

Nel romanzo, scritto in cinque anni e frutto di ricerche storiche approfondite, storia pubblica e privata si fondono continuamente, è così anche nella realtà?

Assolutamente! Questo è un aspetto importante nella mia scrittura. Ho sempre cercato di mettere in realzione storia pubblica e storia privata. Non solo perché penso che queste si influenzino ma anche perché vedo un parallelismo tra la psiche collettiva e quella individuale. Ci sono tanti eventi storici che potrebbero venir spiegati e capiti in profondità se confrontati con il modo in cui viviamo i nostri traumi privati.
Il libro pare un’ode anche alla intergenerazionalità, che però non deve essere sempre famigliare, anzi, le famiglie in generale non ne escono sempre così bene…

Per me è importante dissociare la trasmissione tra una generazione e l’altra dalla trasmissione del ventre. Le donne sono sempre state racchiuse dall’idea della trasmissione biologica, madri carnali. Lasciando invece la trasmissione simbolica agli uomini. Qui invece io cerco di mostrare come questa sia importante anche tra donne. In letteratura se ne parla troppo poco.

Il titolo del suo libro contiene, oltre al nome di una delle protagoniste, anche la parola sogno. Che importanza ha il mondo onirico per Silvia Ricci Lempen?

Ho sempre tenuto in gran conto i miei sogni, me ne sono interessata dal punto di vista psicoanalitico. Nel libro c’è poi il riferimento anche all’inconscio e alla follia. In tutte le storie si ritrova il disegno di un’artista dell’art brut svizzera, Aloïse Corbaz, che rappresenta il personaggio di un sogno. Una donna imponente, una creazione dell’immaginazione dell’artista, che si presenta nelle diverse storie sotto varie forme, tra cui quella onirica.

Per scoprire l’universo de ‘I sogni di Anna’, l’Ufficio federale di cultura metterà a disposizione del pubblico un podcast dedicato a Silvia Ricci Lempen da giovedì 28 gennaio, sulla pagina dedicata ai Premi svizzeri di letteratura. 

Parla con lei #1 Silvia Ricci Lempen
Silvia Ricci Lempen in dialogo con Sara de Simone sul sito Femministerie, 18 novembre 2020

È uscito da qualche mese, per i tipi di Vita Activa, raffinata casa editrice triestina guidata dall’instancabile studiosa e femminista Gabriella Musetti, l’ultimo romanzo di Silvia Ricci Lempen, scrittrice romana da molti anni trapiantata in Svizzera.

I sogni di Anna, questo il titolo, racconta le storie di cinque donne, e ne fa intravedere una sesta, in un arco temporale molto ampio. La narrazione comincia nel 2012 e risale, a ritroso, fino al 1911. Le protagoniste sono donne molto diverse fra loro, per epoca, per appartenenza, per vissuto, eppure tutte legate l’una all’altra da fili invisibili, ma tenaci, che non hanno a che fare con la biologia, ma con la genealogia simbolica.
Ognuna delle cinque protagoniste è parte dell’esperienza di una delle altre, le fa da specchio, la modifica, con lei percorre un pezzo di strada: una staffetta che attraversa un intero secolo, e che intreccia le vicende delle storie personali con il vasto paesaggio del Novecento e del nuovo secolo.

Incontro Silvia Ricci Lempen a Roma, in Borgo Pio, in una nitida mattinata autunnale. Le mascherine ci impediscono di sorridere, o meglio, ci sorridiamo con gli occhi. I suoi sono chiari, mobilissimi, e vanno a ritmo del suo eloquio per lo più rapido, vivace, incisivo, tranne per alcuni momenti di pausa, in cui lo sguardo, come il tono, s’immalinconisce, diviene lontano.
Poi riprende, elettrico, battente. La ascolto per più di un’ora: è la prima volta che ci incontriamo, ma qualcosa me la rende familiare. Forse è la sua schietta passione per i rapporti intergenerazionali, il suo vivo interesse per il confronto con le donne più giovani, a semplificare il nostro scambio.

È una postura – e insieme una qualità dell’anima e del pensiero – molto specifica, per ciò stesso facilmente riconoscibile: c’è chi, di un’altra generazione, raccontandoti la sua storia enuncia fatti e notizie come stesse facendo un travaso, e c’è chi la sua storia la ripensa insieme a te.

Intendo dire: la ripercorre mettendola in discussione. Lasciandosi toccare dalla tua differenza.

Mi racconta quando è nata l’idea de “I sogni di Anna”? 

Ho iniziato a scrivere questo romanzo nel 2012, ma l’idea è precedente. Fantasticavo da tempo di poter raccontare le storie di tutte le ragazze del mondo, quelle che non sono state raccontate dalla letteratura di formazione, dal Bildungsroman che ha quasi sempre preferito protagonisti maschili…

Un desiderio ambizioso

Sì, una specie di sogno irraggiungibile. Ci pensai la prima volta nel 2004. Ero invitata come guest writer in un’università gallese. Lì, in un giorno di pioggia, ho incontrato una ragazza italiana, una studentessa, che mi ha raccontato la sua storia. Si chiamava – si chiama – Viola. Ascoltandola, mi sono detta: ma è possibile che di storie come questa non parli nessuno?

È interessante che la prima idea nasca dall’incontro con una ragazza, in un luogo “altro”, che pure vi accomunava. Il suo romanzo, del resto, è un romanzo sugli incontri tra donne, e sulle loro alleanze, in particolare quelle intergenerazionali.

Proprio così. Ho scritto, poi, di quella ragazza, Viola, ma non in questo romanzo, in un racconto precedente, in qualche modo “preparatorio”. Poi nel 2012, come dicevo, ho iniziato a scrivere le cinque storie delle protagoniste de “I sogni di Anna” e delle loro iniziazioni. Volevo coglierle nel momento in cui entravano nella vita, nell’attimo di un incontro, o di una scelta, decisiva per il loro futuro.

Le sue personagge si passano il testimone, la vicenda di una conduce all’altra, in una sorta di staffetta che copre un intero secolo, ricostruito a ritroso dal 2012 al 1911. Storie di singole, all’interno dell’ampio quadro della Storia con la ‘s’ maiuscola, a cui Lei dedica molto spazio. Qual è, per Lei, il rapporto tra storia privata e storia pubblica?

Per me storia privata e collettiva sono assolutamente inscindibili. Rimango spesso delusa quando leggo romanzi che separano le due cose. Come se si potesse raccontare una storia individuale, privata, senza che, nel contesto, ci sia la storia pubblica. Questo mi sembra assolutamente contrario all’esperienza umana. La Storia ci determina, entra nella nostra carne.

E poi c’è la storia notturna. Quella dei sogni, che danno il titolo al suo romanzo e che passano di protagonista in protagonista, contribuendo alla struttura ad anelli del romanzo. Come mai ha dato uno spazio così rilevante alla dimensione onirica nel suo romanzo?

Negli anni mi sono molto interessata alla psicoanalisi, sia da un punto di vista teorico, che pratico. Ho indagato a fondo il mio inconscio. E mi sono chiesta più volte se il materiale onirico possa essere trasmesso, nel tempo, da persona a persona, di generazione in generazione. È una domanda appassionante. Ho vissuto in una famiglia in cui non si raccontavano i sogni. Mio padre pretendeva di non sognare mai – questo mi è rimasto sempre molto impresso, perché mi ha fatto pensare «guarda com’è incatenato l’inconscio di quest’uomo».

Lei ha scritto “I sogni di Anna”, parallelamente, sia in francese che in italiano. Non ne ha fatta la traduzione, li ha creati insieme. Sono dunque due romanzi simili, ma diversi, due opere sorelle eppure indipendenti. Come mai ha fatto questa scelta?

Sono italiana ma vivo in Svizzera da tanti anni, dunque sono perfettamente bilingue. Il francese è stata la mia lingua “letteraria” di prima scelta perché, quando ho iniziato a scrivere, mi ha permesso di prendere le distanze dalla mia autobiografia. Scrivendo questo romanzo sia in francese che in italiano ho voluto fare un passaggio ulteriore: attingere a due universi linguistici differenti, navigare tra due lingue per usare la ricchezza, e l’intraducibilità, di entrambe.

E il suo rapporto con l’italiano?

Io mi sento più a casa in francese che in italiano. Almeno, è stato così per molti anni. Un giorno, ad un congresso di Italianistica a cui mi avevano invitato, un poeta svizzero italiano mi disse: «Ma perché scrivi solo in francese? Sarà che non vuoi scrivere nella lingua di tuo padre?». Mi fece riflettere.

L’italiano dunque non come lingua madre, ma come lingua della Patria. L’autorizzazione all’autorialità per Lei è passata per un altro territorio, per un’altra lingua…

Esatto, meglio non si potrebbe dire. L’italiano è stato per me la lingua del Padre. Ma credo che le cose dentro di me siano ormai cambiate…

Il suo romanzo si apre con la vicenda di una ventenne romana, Federica, che incontra una donna più grande, Sabine, alla manifestazione di “Se non ora quando” del 13 Febbraio 2011. Da questo incontro si sviluppa la prima relazione importante, la prima alleanza del libro. Come mai ha scelto questo evento? C’era anche Lei a Piazza del Popolo, quel giorno?

No, non c’ero. Ma ho seguito tutto con grande partecipazione. Ho guardato video, fotografie, letto interviste. Sabine è una teologa femminista, è l’unica femminista tra le mie protagoniste. Per Federica questo incontro è un’apertura verso l’autonomia, segna una discontinuità forte: è grazie allo scambio e al confronto con un’ “altra” donna che Federica sceglie di lasciare Roma per avventurarsi nel mondo. Grazie ad una nuova, possibile, genealogia e trasmissione simbolica.

Qual è il suo rapporto con il femminismo italiano? 

Lo seguo, ma lo conosco fino ad un certo punto. Conosco meglio il femminismo svizzero, che ho vissuto e vivo. Ho diretto per anni Femmes Suisses, una rivista emblematica della storia del femminismo svizzero. Fu creata nel 1912 da una donna straordinaria, Emilie Gourd, una suffragetta ginevrina, intellettuale, giornalista.

Com’è stato dirigere una rivista femminista?

Appassionante. Difficile. Eravamo solo donne, otto in tutto. Neanche a dirlo, non c’erano soldi. Si trattava di far nascere, ogni mese, un numero dal nulla: dall’ideazione, alla correzione di bozze. Il lavoro era tanto e io dovevo seguire ogni passaggio. Ma è lì che ho imparato tutto. È l’esperienza che mi ha permesso poi, per anni, di lavorare nella cosiddetta “grande stampa”.

Curo da alcuni anni, qui su Femministerie, una sezione che si chiama “Eccentriche”, dedicata ad artiste indipendenti, visionarie, fuori dal comune. Nel suo romanzo, mischiata con i sogni, c’è un’immagine ricorrente, che torna in tutte le storie narrate. È il quadro di una vera eccentrica dell’arte europea: la pittrice Aloïse Corbaz. Come l’ha incontrata?

A Losanna visito spesso il Museo dell’Art Brut, che ospita opere di non professionisti, autodidatti, spesso figure del margine, come malati psichiatrici o detenuti. È l’arte contemporanea che preferisco. Sono opere autentiche, che parlano subito. Aloïse Corbaz, che fu internata per anni in un ospedale psichiatrico, raffigura nei suoi quadri un femminile regale, trionfante, eccedente. Mi ha sempre colpito che queste immagini così imponenti e vitali uscissero dal pennello di una donna che aveva tanto sofferto. 

C’è una scrittrice che è stata particolarmente importante per lei? Un incontro letterario fondativo della sua personale genealogia?

Ce ne sono molte. Sul piano internazionale, senza dubbio la scrittrice inglese Antonia Bayatt. La sua quadrilogia è stata, per me, una lettura fondamentale. E poi vorrei menzionare un’autrice svizzera che amo molto, Alice Rivaz. Colgo ogni occasione per parlare di lei, perché è poco conosciuta, ma ha scritto opere splendide. Il suo Jette ton pain, un romanzo del 1979, è davvero una vetta letteraria. 

Fuori dalla finestra della casa in cui Silvia Ricci Lempen mi ha accolta, gli uccelli volano a stormi, intorno alla cupola di San Pietro. Ripartirà domani per la Svizzera. Le chiedo di leggermi qualche riga della versione francese del suo romanzo, Les Rêves d’Anna. Ora mi sembra di capire meglio il suo discorso sulla lingua-madre e la lingua-padre.

La sua voce, in francese, ha un’altra grana: improvvisamente più sottile, quasi da ragazza. Mi chiedo, per un attimo, se sia quella la voce della giovane donna che, anni fa, si è trasferita lontano, in un’altra terra, per incontrare se stessa e la propria scrittura.

“Ci rivedremo”, diciamo. “Magari la prossima primavera”. “La prossima primavera, sì”. Lo ripetiamo più volte, con tale insistenza, che capisco che stiamo cercando di rassicurarci.
Verrà la primavera, verrà. Supereremo questo lungo inverno.

Immaginari onirici e piani temporali a ritroso
di Sara De Simone, il manifesto, 30 ottobre 2020

NARRATIVA. «I sogni di Anna», un libro di Silvia Ricci Lempen per la casa editrice Vita Activa

È un’architettura complessa quella dell’ultimo romanzo di Silvia Ricci Lempen, scrittrice romana, da molti anni residente in Svizzera. Complessità che si sostanzia, anzitutto, nella scelta – tanto inconsueta quanto affascinante – di una nascita doppia: I sogni di Anna (Vita Activa, pp. 356, euro 17) è un libro che vede la luce in due versioni originali, in francese e in italiano, scritte in parallelo dall’autrice.

CONCORRE all’originalità compositiva la particolare struttura à rebours: una costruzione cesellata, laboriosa, che fa partire la narrazione nel 2012, e risale all’indietro, fino al 1911, coprendo così lo spazio di un secolo. Ancora, arricchisce l’impianto narrativo la scelta di raccontare le vicende di cinque donne, tutte di epoche e provenienze diverse, eppure tutte collegate fra loro da una fitta geografia di intrecci. Le storie delle cinque personagge de I sogni di Anna – Federica, Sabine, Gabrielle, Clara, Anna – si dipanano sotto il segno della relazione fra donne: nella struttura ad anelli c’è sempre una donna più adulta che ne «incontra» e accoglie una più giovane.

Nulla di didascalico: gli incontri sono veri, i legami complessi, le anime spesso ferite, eppure disponibili ad aprirsi allo scambio con l’altra, che è specchio e insieme diffrazione di sé. Da Roma a Glasgow, dalla Losanna degli anni ’80 alla Francia interna degli anni ’60, dalla Bellinzona ante Seconda guerra mondiale al piccolo paese di Carpineto Romano nel 1911: i tragitti delle esistenze di queste donne sono molti e imprevedibili, eppure sembrano rivelare un disegno nascosto. Si tratta di quelle corrispondenze segrete che attraversano la vita di tutti noi, e che si disvelano epifanicamente proprio quando non lo immaginiamo. Ma si tratta anche di scelte: non è un caso che Federica, giovane precaria, incontri la più adulta Sabine ad una manifestazione femminista e con lei senta di voler percorrere un pezzo di strada; così come non è pura fatalità la relazione tra l’universitaria Sabine e Gabrielle, moglie del suo amante, che alla giovane consegna il ricordo dell’amore infelice con Lucille, compagna di classe del liceo; Lucille conduce a Clara, che accoglie in casa la ragazza esule per la sua omosessualità, ma non riesce a salvarla; Clara porta infine ad Anna, italiana trapiantata in Svizzera, a lei legata per ragioni antiche, che i lettori conoscono, ma le personagge no.

IL LIBRO SI CHIUDE con la promessa di quest’ultimo disvelamento, e insieme con il racconto della straordinaria vita onirica di Anna, che dà il titolo all’opera. È quasi come se tutte le vicende narrate fino a quel punto fossero state sognate da Anna, che mentre dorme assorbe e immagina mondi: «mentre lei dormiva, e nessuno vedeva niente, dentro di lei c’erano tutti quei razzi colorati, quei rosoni di luce, mai uguali fra loro, tutti i pensieri, le sensazioni felici o infelici di tutta la gente che vive sulla terra». Straordinaria metafora della vita segreta e ulteriore di chi scrive. Sempre in ascolto del mondo, sempre generandone di nuovi, «in sonno e in veglia».

*** Oggi, nell’ambito della giornata di studio «Nel mondo di Alice (Ceresa). Scrittura – pensiero», organizzata dall’Archivio Svizzero di Letteratura (via zoom, dalle 9.30 alle 18), Silvia Ricci Lempen interverrà a proposito di scrittura e punto di vista femminista.

La diffrazione infinita dell’autrice
di Gabriella Musetti, Letterate Magazine, 20 ottobre 2020

Di Gabriella Musetti

Proprio nel recente seminario Sil del 3 ottobre scorso, a proposito di Ferrante, Isabella Pinto ha proposto il concetto teorico della “diffrazione”, tratto dalla fisica quantistica, come luogo produttivo anche per l’analisi della letteratura contemporanea. Silvia Ricci Lempen parla dello stesso concetto nella postfazione autoriale al suo libro: «Le storie che avete letto sono tutte inventate, le personagge non mi somigliano e le loro vicende non hanno nulla a che fare con le mie; eppure tutte queste storie mi appartengono, sono agganciate alla mia da luoghi, momenti, stati d’animo, sogni miei e di altri, palinsesti di ricordi che si dipanano nell’arco di tutta la mia vita. Sono come una diffrazione infinita di me stessa, fatte dalla stessa pasta di emozioni, anche spostate, disgregate o rovesciate, come nei sogni».

Il libro intreccia le storie di cinque donne, non parenti ma legate da relazioni, con continui richiami alla Storia dai giorni nostri (anzi dal futuro), a ritroso fino alla prima guerra mondiale. La documentazione è scrupolosa, la costruzione del romanzo vede le donne che quasi si passano un testimone, una conoscenza, un rapporto personale, nel cambiamento di luoghi, classi sociali, ambienti e culture. Da Roma a Glasgow Federica, a Losanna Sabine, Gabrielle a Niort, Saint-Jean d’Angély e Ginevra, Clara a Bellinzona, Lugano e ancora Ginevra, infine nuovamente in Italia, a Carpineto Romano e Roma, Anna, i cui straordinari sogni danno origine al titolo al volume.

Ogni storia è costruita con tratti peculiari, riconoscibile nelle caratteristiche del tempo, nell’ambiente sociale, nei modelli culturali e nel linguaggio specifico. Storie raccontate a ritroso si sono già viste in numerosi libri, ma qui sono incatenate l’una all’altra da elementi soggettivi e oggettivi, da ricorrenze: alcuni episodi si ripetono, sono raccontati da punti di vista diversi, vengono ricordati e deformati dalla memoria, ritornano come “oggetti” di una nuova storia. Come ad esempio il disegno fatto da Raffaele, marito di Anna, su un sogno della stessa Anna, una immagine di donna che ricorda un quadro (esistente) della pittrice svizzera Aloïse Corbaz, quadro visto da Sabine e Gabrielle al Museo dell’Art Brut di Losanna, in un intreccio di realtà e immaginazione che dislocano i piani narrativi oltre la stessa narrazione.

Anche la narratrice in questo libro è problematica, assai lontana dal narratore onnisciente di cui abbiamo lunga esperienza come lettrici e lettori italiani. La narrazione è franta, molteplice, complessa, varia. Silvia Ricci Lempen si cala nelle diverse storie e le restituisce dal basso, dalla vita concreta, con diverse sfaccettature, attraverso frammenti, immagini non lineari, composizioni di voci e memorie spesso in presa diretta che ci assalgono disordinatamente: spetta a noi lettrici ordinare, consapevoli della nostra esperienza del mondo, come faceva anche Virginia Woolf. Accade ad esempio nel racconto della svizzera aspirante teologa Sabine che scende solitaria da una gita in montagna prendendo casualmente un percorso in linea retta in mezzo ai prati, la strada più difficile, non un sentiero segnato ma uno selvaggio, intricato da alberi e rami, pericoloso, in cui più di una volta ha paura per la sua vita, mentre riflette che, quella sera stessa, incontrerà Moritz, suo docente di teologia e amante, nella intricata vicenda amorosa collocata nell’ambiente severo e moralista della religione riformata della Svizzera. Noi lettrici percepiamo la tensione della narratrice che sta guardano con apprensione una scena in tempo reale, ma la frase finale ci rivela che è immaginazione. A volte la voce narrante è un flusso di pensieri, a volte sembra una narratrice esterna lontana dai fatti, a volte è una voce impersonale che parla con una evanescenza e frantumazione dello statuto del narratore che rende fluida e complessa la stessa narrazione.

Il ritmo è un altro aspetto che rende suggestivo questo libro. La fluidità del discorso, la molteplicità dei punti di vista, le diversità delle storie legate da fili (oggetti, luoghi, impressioni, emozioni, immagini) che si muovono da un ambiente all’altro, fanno capolino, si svelano del tutto, si mostrano nascostamente. Sono rimandi che danno compattezza alle diverse narrazioni, non le disperdono nella discontinuità, e tuttavia le lasciano libere, agili a muoversi nelle dimensioni differenti del senso, a esplorare realtà non comuni.
Altro aspetto che dà agio e libertà alla narrazione è la scelta dei tempi cronologici in cui le vicende delle diverse storie si dipanano: generalmente pochi mesi. Poi, come vanno a finire le singole particolari storie? Non lo sappiamo perché quello che conta sono gli intrecci, gli accadimenti che legano le diverse vicende delle diverse donne, e consentono i rimandi da una storia all’altra. Eppure si narrano eventi che coprono l’arco temporale di un secolo: sì, ma attraverso brevi frammenti di altre storie, che conducono a un finale a noi sconosciuto.
Il romanzo, premiato con una borsa letteraria della Fondazione Pro Helvetia, è già uscito in francese e questa stesura italiana non ne è la traduzione, ma una nuova scrittura con notevoli divergenze, come in uso da parte di alcune scrittrici contemporanee, ad esempio la turca Elif Shafak, che secondo Pamuk è la più importante scrittrice turca odierna, e che scrive indifferentemente in turco e inglese, e ha pubblicato versioni differenti nelle due lingue del medesimo romanzo.
Dicevo prima dell’ottica della diffrazione con cui è composto il libro, segnalata dall’autrice nella postfazione, in cui dà conto delle rigorose documentazioni storiche e relazionali che supportano le diverse narrazioni, e degli rapporti più o meno diretti con la sua vita personale. L’autrice è italo svizzera, perfettamente bilingue, (vive a Losanna), e, ad esempio, conosce bene l’ambiente religioso in quanto ha sposato un pastore della Chiesa Evangelica Riformata, questo a suffragare la storia di Sabine, e così per le altre.

La stessa scelta di fare una puntuale postfazione come luogo di presentazione dei supporti storici e sociologici che sorreggono la narrazione di un secolo di Storia del libro e ne documentano lo spessore, e insieme come scioglimento di alcuni nodi con la sua vita personale e famigliare, viene a mescolare invenzione e memoria, racconto privato e Storia, offrendo a chi legge prospettive stranianti. Ancora una volta le narratrici si rivelano capaci di oltrepassare i canoni e le modalità consuete della scrittura narrativa, aprendo i romanzi a inediti e suggestivi orizzonti.

Gabriella Musetti

Nata a Genova, vive a Trieste. Organizza “Residenze Estive” Incontri residenziali di poesia e letteratura. Dirige “Almanacco del Ramo d’Oro, Nuova serie”, semestrale di poesia e cultura. E’ socia della Società Italiana delle Letterate. Ha fondato, insieme ad altre, la casa editrice Vita Activa: www.vitaactivaeditoria.it. Ha curato numerose pubblicazioni saggistiche tra cui: Sconfinamenti. Confini passaggi soglie nella scrittura delle donne (2008); Guida sentimentale di Trieste (2014), Dice Alice (2015), Oltre le parole. Scrittrici triestine del primo Novecento (2016). In poesia ha pubblicato: Mie care (2002), Obliquo resta il tempo (2005); A chi di dovere (2007), Premio Senigallia; Beli Andjeo (2009), Le sorelle (2013), La manutenzione dei sentimenti (2015).

Il filo nascosto nel cuore
di Maria-Vittoria Vittori, Leggendaria n. 141-142, 2020

di Maria-Vittoria Vittori.

Un racconto magnifico dell’etica della cura, dall’espansione di sé nell’inclinazione verso l’altro, di un intreccio di sentimenti e storie di cinque donne in relazione. Silvia Ricci Lempen costruisce una genealogia femminile, tra storia e sogno.

Cinque donne intorno al cor mi son venute »: sembrerà strano, ma appena finito di leggere l’ultimo romanzo di Silvia Ricci Lempen, I sogni di Anna, è questa l’espressione che, risalendo da antichi ricordi, si è configurata dentro di me, per rendere quel clima di intimità in cui mi sentivo immersa. Certo, Dante parlava di tre donne e qui, invece – tralasciando Roxani, che apre la narrazione ma è fuori dall’elenco perché la sua storia è ancora tutta da scrivere – sono cinque le protagoniste: Federica, Sabine, Gabrielle, Clara, Anna. Per questo suo romanzo, pubblicato dalla casa editrice triestina Vita Activa, Silvia Ricci, romana di nascita ma da molto tempo trapiantata nella Svizzera francese – che avevamo imparato a conoscere e ad apprezzare con Una famiglia perfetta e Cara Clarissa (entrambi da Iacobelli editore) –, sceglie una doppia versione: una in francese, l’altra in madrelingua, quasi in un meditato ritorno alle origini.

Perché, in questa narrazione, che s’avvita a ritroso nel tempo, dal 2012 al 1911, ognuna di queste donne – che vive in luoghi diversi – è depositaria di una storia che si lega a quella delle altre fino ad arrivare ad Anna, che è nata nel piccolo paese di Carpineto Romano, luogo d’origine degli antenati della scrittrice. Ma occorre aggiungere che non si tratta in alcun modo di una genealogia familiare, come ce ne sono tante in letteratura: questa è una genealogia del tutto diversa e inedita, fondata sulla relazione. Queste sono donne che sono entrate in relazione per amicizia, per amore, per un legame d’affidamento o di cura, praticando quella postura della “inclinazione” in cui Adriana Cavarero ha individuato il realizzarsi di un sé altruistico e aperto. Se la teologa svizzera Sabine s’inclina verso la giovane Federica, studentessa e lavoratrice precaria conosciuta a Roma, durante la storica manifestazione di Se non ora quando?, è perché avverte la sua vulnerabilità e sa accoglierla perché lei stessa per prima ha dovuto fare i conti con la propria vulnerabilità; e Federica, a sua volta, s’inclina verso Sabine – eleggendola a destinataria delle lettere reali e immaginarie scritte da Glasgow – perché ha captato nella sua interiorità l’esistenza di una ragazza nascosta, quella ragazza ribelle nello studio e nelle scelte di vita che Sabine è stata. La loro relazione non è di semplice amicizia, ma anche di cura e di reciproco aiuto. Ma anche Clara si sporge verso Gabrielle, quando Gabrielle, disperata per il suicidio di Lucille, la ragazza che amava, vorrebbe morire: e lo fa ascoltando pazientemente il suo racconto, sospendendo il giudizio, in quell’etica della cura che il pensiero femminista ha saputo valorizzare.

E credo che sia rintracciabile un’eredità di riflessioni femministe anche nella struttura del romanzo, in cui c’è una forte compenetrazione al tempo stesso concreta e simbolica tra la dimensione pubblica dei grandi eventi e il privato delle protagoniste. La Prima guerra mondiale, l’eccidio di Painplanais, il quartiere operaio di Ginevra dove il 9 novembre 1932 la polizia sparò sulla folla – 13 morti e 65 feriti – la guerra d’Algeria, l’assassinio di John Kennedy, le manifestazioni femministe, il movimento degli Indignati in Grecia sono alcuni degli eventi più importanti che irrompono nella vita delle protagoniste: ma anche le loro scelte, le loro decisioni, le loro relazioni, hanno contribuito a modificare la mentalità collettiva, a fare la storia. Certamente sono personagge d’invenzione, ma – come ci avverte la scrittrice in una postfazione che costituisce in effetti un altro capitolo del romanzo – «tutte queste storie mi appartengono […], sono come una diffrazione infinita di me stessa, fatte della stessa pasta di emozioni, anche se spostate, disgregate o rovesciate, come nei sogni».

Già, i sogni, presenti fin nel titolo: se tutte le storie sono concatenate tra loro è perché, come s’è detto, conducono a lei, Anna, che incarna più di ogni altra la compenetrazione tra la vita diurna e la vita onirica che è l’altro importante filo conduttore del romanzo. Anna è una grande produttrice di sogni, e ce n’è uno in particolare che – tradotto in immagini da suo marito Raffaele – colpirà fortemente l’immaginazione di Clara, non a caso la più sensibile alle proiezioni fantastiche: di sé racconta che il giorno in cui è nata «le fate buone non si sono scomodate»; sottratta al pericolo durante gli eventi di Pianplanais dall’intervento di Raffaele, lo ha eletto a suo angelo custode. Ma questa figura sognata da Anna e dipinta da Raffaele, noi lettrici la conosciamo già. È quella di una donna d’aspetto imponente, con larghe spalle, busto rigoglioso, postura regale. Con occhi come mandorle azzurre, che non vedono la luce del giorno ma sono spalancati all’immaginazione. Dove l’avevamo incontrata, questa donna? Nei sogni di Federica, la più giovane delle personagge, che era rimasta suggestionata dai quadri di una pittrice svizzera conosciuta attraverso la sua amica Sabine; ma anche Sabine, a sua volta, era stata iniziata alla conoscenza di questa pittrice da Gabrielle, la moglie del suo ex amante. Allora, è come se tutte le personagge di questo magnifico romanzo ci stessero portando dentro quel desiderio di libera espansione di sé, dei propri desideri, delle proprie idee, delle proprie scelte che Aloise Corbaz, reclusa in un ospedale psichiatrico, aveva saputo interpretare in modo straordinariamente intenso, dando vita nelle sue tele a queste regine vulnerabili che pure riescono a portare in trionfo, attraverso il corpo, le proprie dolorose consapevolezze ed esperienze. E questa considerazione ci porta dritti al cuore dell’espressività del romanzo, fondata sul legame strettissimo tra idee, sentimenti e fisicità. Sono le percezioni che affiorano alla pelle a guidare le protagoniste verso la scoperta del proprio corpo e di quello altrui; sono le sensazioni che le avviano a una fusione, sempre benefica, con la natura, per cui Sabine si raffigura l’anima «come una farfalla bianca, quasi trasparente» e Anna può dire di essere felice «come una manciata d’erba».

C’è, nella scrittura, un continuo ininterrotto sconfinamento tra dimensione realistica e piano metaforico, in un rapporto che è insieme di reciproca integrazione e di perturbante slittamento, per cui, ad esempio, la rappresentazione dell’intensità dolorosa dell’amore che Lucille prova per Gabrielle passa attraverso la visualizzazione del suo cuore, un papavero aperto e splendente di colore, ma con i granelli neri ben visibili al suo interno. È proprio questa qualità fortemente ibridata e intensa del linguaggio che fa percepire chiaramente, a noi che leggiamo, il tessuto a trama multipla e reversibile della realtà, ciò che Anna chiama «la densità aumentata delle cose».

Nello specchio della scrittura
di Fulvio Senardi , Il Ponte Rosso, n. 51 novembre 2019

Scrittrici e “personagge” in due opere di Silvia Ricci Lempen ed Elena Ferrante

Fulvio Senardi

Escono, a poche settimane di distanza, due volumi che approfondiscono, con intrigante sapienza narrativa, il tema della condizione femminile. Si tratta de I sogni di Anna, di Silvia Ricci Lempen, romana di nascita ma svizzera d’adozione, e della Vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante (Edizioni e/o). Quanto al primo, va sottolineato che vede la luce per i tipi di “Vita Activa”, una giovane e dinamica casa editrice triestina che può già vantare, pur nella breve vita, un catalogo molto interessante, apertamente schierato “dalla parte delle bambine”, per far eco ad un famoso titolo degli anni Settanta su cui la frazione maschile della mia generazione ha modellato la propria percezione dell’altra metà del cielo. Per Elena Ferrante c’è poco da dire: un’altra tappa, la profezia è persino scontata, della marcia trionfale di una scrittrice ormai affermatasi a livello internazionale e che ha fatto dell’approfondimento della realtà femminile la propria missione ottenendo risultati di altissimo livello (a questo proposito mi permetto di riven- dicare un certo naso, come si usa dire, e mi riferisco al mio Elena Ferrante: pisarka – widmo, un saggio uscito nel 2011 in Polonia).

La Ricci Lempen, per guardare più da presso, articola nella sua narrazione per cinque tappe un sondaggio della condizione femminile fra i primi anni del Novecento e il giorno d’oggi, con un assai poco enigmatico prologo non scritto datato 2031-2032, come a suggerire che il futuro è nella potestà del nostro agire, in un presente che accumula segnali inquietanti ma che certo possiede gli anticorpi per riscattare le donne da quella condizione che è apparsa alla scrittrice, in una formula di sintesi che abbraccia l’intero passato, “un viscido gorgo di impotenza”: una “pagina bianca” dunque che allude al compito che attende una nuova generazione di donne europee. Le cinque stazioni, che pure consentono un approccio separato come fossero racconti fini a se stessi, si integrano in una sola narrazione grazie a studiati legami di intreccio e squadernano agli occhi del lettore dei faticosi percorsi di emancipazione nei limiti che la Storia concede.

Non eroine di una libertà impossibile, ma donne vere, che si misurano in modo dolorosamente conflittuale con la dura palestra degli affetti che ogni società rappresenta, con lacci particolarmente costrittivi per la soggettività femminile nella granitica costanza della tradizione patriarcale; e donne raccontate con una rara capacità di seduzione, senza mai scadere nel didascalico, ma con finissima penetrazione di psicologia e assoluta precisione di contesti (lo documenta una breve appendice). Evitando stereotipi narrativi e troppi usurati colpi di scena Ricci Lempen è tuttavia in grado di predisporre meccanismi di sospensione e di attesa che incatenano alla lettura: il tutto dà luogo a una “staffetta” di vicende tradotte in racconto, tastando nodi, inventariando sconfitte, misurando progressi, e suggerendo quindi, con premeditazione felicemente risolta nel narrare, ampie prospettive di riflessione di genere. Non ci tragga in inganno l’aprirsi a ventaglio delle cinque storie: senza niente concedere al gusto postmoderno di una enigmatica “dispersione” (subalterno a un’idea della Storia come indecifrabilità e di conseguenza fuori portata dell’agire umano), sfaccetta un solido nucleo valoriale che trova, con felici variazioni, efficaci modalità espressive. Le differenti soggettività che giungono alla parola sfruttando tutte le possibilità della scrittura – racconto in terza persona, tecnica dell’io narrante, comunicazione epistolare – pur senza muoversi sul terreno di un “femminismo materialista”, alla Rosemary Hennessy per intenderci, chiamano in causa un vivere collettivo implicitamente ostile alla realizzazione femminile, a volte per la semplice inerzia del “così è sempre stato” che impedisce il riconoscimento di nuovi bisogni e l’accettazione di nuove identità. Ma a rendere godibile la lettura de I sogni di Anna, anche a prescindere del suo (mai greve) quoziente “pedago- gico”, è il fascino di un stile cesellato, pur senza sofisticazione, in cui, quasi a inseguire l’espressività della poesia, il segno si fa “scivoloso”, apre inattesi orizzonti di senso, collega gli infiniti piani dell’esperienza del mondo: un continente di immagini e metafore, un registro di visioni oltre che cronaca di vite vissute che sancisce l’appropriazione del reale per virtù di scrittura, quasi una rivincita nella bellezza di una subalterna posizione di genere.

Da qui, per contrasto, al libro della Ferrante, di cui colpisce l’elegante asciuttezza di stile cui una trama di simboli garantisce un più ricco spessore di senso, la cifra ormai, potremmo dire, del fare della misteriosa scrittrice. Come nella fin troppo osannata “tetralogia”, siamo di nuovo a Napoli e di nuovo sullo spartito del romanzo di formazione. L’Io narrante è Giovanna e insieme Giannì, a seconda la si guardi nella prospettiva della città del privilegio sociale e culturale, l’ambiente dove la tredicenne comincia a porsi domande su se stessa e sulla vita, o nell’ottica dei quartieri degradati, dove il dialetto sostituisce l’italiano e la sintassi delle pulsioni quella più controllata e sottilmente ipocrita delle buone maniere borghesi. Analogamente a certe opere di Pirandello (si ricorda il tema del naso di Moscarda in Uno nessuno e cento mila?) la macchina narrativa è messa in moto da una minima sfasatura che incrina l’idillio dell’infanzia: “due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta”.

Inizia da qui un percorso di conoscenza di sé e del mondo che consente a Giovanna di ricomporre le parti di una famiglia che indecifrabili ragioni di interesse ha diviso in due tronconi ostili, radicati in contesti diversi di quella città-mondo che è Napoli. L’attrazione che la protagonista prova per l’ambiente passionale, sanguigno, a suo modo schietto della zia Vittoria, di cui in casa non si parla mai e il cui volto, nelle foto di famiglia, è stato minuziosamente cancellato, è la grande apostasia verso il ceto cui appartiene, le sue maniere, i suoi codici. Alla lingua “ragionevole” e compiaciuta del suo ambiente colto, un’espressività fredda e controllata che fa velo ai sentimenti, si contrappone infatti – qui un filo rosso che attraversa il romanzo con esplicita simbologia – un idioma diretto e sensuale, spontaneo e trascinante, la parola dialettale, “veloce e caric[a] di furia”, dove “un vocabolo esplode[…] dentro l’altro”, un grumo di vera intimità, un bozzolo di velluti e di veleni che sembra dare espressione a forme di esistenza più autentiche. Ma in effetti anche Vittoria, come scopriremo, si muove più che ambiguamente sulla frammentata linea di confine che separa sincerità e menzogna – un “garbuglio” di cui è scelto a simbolo un braccialetto, prezioso talismano di passione e di inganno, di desiderio e falsità –, anch’essa pienamente implicata nella incomprensibile realtà degli adulti. Un mondo difficile e opaco dove anche Giovanna-Giannì, a conclusione della sua ingenua e spietate indagine, non potrà rifiutarsi di accedere, magari senza troppe illusioni, con una scelta di deliberata crudezza.

Senza desiderio né amore, decide di sbarazzarsi della verginità, quel feticcio di cui la società patriarcale di tutti i tempi e luoghi ha fatto strumento d’oppressione e che la intrappolava nella stagione infantile: “il giorno seguente partii per Venezia insieme ad Ida. In treno ci ripromettemmo di diventare adulte come a nessuno era mai successo”.

Cinque donne in lotta per trovare la felicità attraverso tempo e storia
di Giulia Basso, il Piccolo, 07 Novembre 2019
Giulia Basso

“I sogni di Anna” di Silvia Ricci Lempen edito da Vita Activa si presenta oggi alla Libreria Minerva di Trieste

la recensione

È un romanzo fiume, che narra il destino di cinque donne seguendole in diversi momenti della loro vita da un luogo all’altro, da Roma a Glasgow, da Losanna al Marais Poitevin, a Ginevra, e in un arco temporale di un secolo. S’intitola “I sogni di Anna” e la sua autrice, Silvia Ricci Lempen, romana di nascita e losannese d’adozione, che si definisce “bilingue al punto da non sapere qual è la sua lingua madre”, ha scelto di scriverlo in due versioni originali, una francese e una italiana, portate avanti in parallelo e in cui nessuna è traduzione dell’altra. Sono «due versioni diverse quanto necessario per corrispondere ai rispettivi universi linguistici e culturali», spiega l’autrice, che per questo peculiare progetto bilingue è stata premiata nel 2015 con una borsa letteraria di Pro Helvetia. La versione italiana, recentemente pubblicata da Vita Activa (pagg.368, euro 17) con illustrazioni di Daria Tommasi, sarà presentata oggi alle 18.30 alla Libreria Minerva. Dialogheranno con l’autrice Fulvio Senardi e Gabriella Musetti, con letture a cura di Luisa Cividin e Giuliana Pregellio.
“I sogni di Anna” non è un’opera di agile lettura. Non segue un ordine cronologico, tenta piuttosto di riprodurre il funzionamento della memoria nella vita reale, con balzi da un periodo all’altro. E anche il legame tra le cinque donne narrate, eroine forti ma ferite, è una trasmissione incerta, come la memoria.

La struttura del romanzo s’ispira al film The Hours, di Stephen Daldry: questa storia dolente di tre donne, legate da una lettura comune, ha colpito fortemente l’autrice. “C’è stata un’epoca della mia vita in cui il dolore mi aveva ridotta a una bestiola con le ossa rotte”, scrive nella postfazione del libro, annotando che per quanto le storie raccolte in “I sogni di Anna” siano inventate, in qualche modo le appartengono: “Sono come una diffrazione infinita di me stessa, fatte della stessa pasta di emozioni, anche se spostate, disgregate o rovesciate, come nei sogni”.
L’affresco sulla femminilità offerto dal libro, che racconta di donne di diversa età e nazionalità, parte da Federica, ventiquattrenne stanca di arrabattarsi nella capitale per poche centinaia di euro al mese che decide di partire per Glasgow per costruirsi una nuova vita. Federica scrive a Sabine, chiedendole se le capita ancora di pensare a Moritz, adultero infelice, una storia di più di vent’anni prima, quando Sabine, giovane teologa protestante, a Losanna voleva cambiare le parole dei canti di chiesa, per farla finita con quel Dio testardamente maschio. Sabine conduce a Gabrielle, la moglie del suo amante, che le racconta della sua adolescenza negli anni’60, in un angolo della provincia francese, e del suo amore per un’altra donna, Lucille, impensabile all’epoca. Gabrielle incontrerà Clara, con un’altra vicenda da raccontare, e Clara condurrà ad Anna e alla sua favolosa vita notturna, incredibilmente ricca di sogni. In questa staffetta al femminile le storie si dipanano in luoghi e periodi storici diversi: il libro, la cui scrittura è durata più di cinque anni, è frutto di meticolose ricerche per restituirli al meglio. Le protagoniste, quasi passandosi il testimone, ingaggiano una serrata lotta per la felicità, con una volontà ostinata di andare avanti, di progredire. C’è un’immagine che nel libro attraversa i secoli e l’inconscio, richiamando il meccanismo del film di Daldry: un dipinto di Aloïse Corbaz, visto da Sabine e Gabrielle al Musée de l’Art Brut di Losanna. Occhi turchesi a mandorla, capelli arancioni riccioluti e il petto pieno di pietre preziose, l’imperatrice bizantina ritratta da Aloïse simboleggia la libertà al di fuori delle norme, il mondo dell’immaginazione che si sostituisce e viene preferito al mondo reale. Come i sogni di Anna, che danno il titolo al romanzo. —

Audio

I Premi svizzeri di letteratura 2021 in podcast (schweizerkulturpreise.ch)
Dialogo fra Silvia Ricci Lempen e Carlotta Bernardoni-Jaquinta , ©Giornate letterarie di Soletta, 2020
Lettura, ©Giornate letterarie di Soletta, 2020
Alice del 23 novembre e Geronimo del 27 novembre 2019, su Rete Due, in dialogo con Yari Bernasconi, © Giornate Letterarie di Soletta, 2020